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Gli articoli dell'Associazione

A.S.ORO - Le manifestazioni

A.S. ORO - La documentazione

 Addio signor Qualcuno

Segue...
...Si tratta di un virus pericoloso che nella società di oggi è diffuso nolto di più dell'influenza e del raffreddore.
Bene, il problema è che questa subdola malattia si annida anche nella vita quotidiana della nostre società sportiva.
Com'è che in una squadra ci sono 10 o 15 ragazzi ed i genitori che si danno da fare e danno "una mano" sono sempre i soliti due o tre? E gli altri? Brave persone ci mancherebbe... ma sempre convinti che debba essere qualcun'altro a pensare a tutto e a far andare avanti la baracca.
Com'è che nella vita della società sportiva ci sono ogni settimana mille cose da fare.. eppure, quando si tratta di dare una mano, tanti (troppi) sono sempre pronti a scomparire nel nulla alla velocità della luce.Com'è che tanti giovani che giocano negli Open sono sempre pronti a pretendere tutto quando si parla della loro squadra... ma poi sembrano sordi quando gli si chiede di prendersi qualche piccola responsabilità nella società sportiva?
Stiamo parlando di uno dei "piccoli-grandi" mali del nostro tempo. Di fronte ai propri doveri spesso siamo abituati a battere in ritirata. Siamo abituati a cercare scuse, a dire che non abbiamo tempo, a dire che non fa per noi...
Questo avviene anche quando si tratta di prendersi impegni come quello di aiutare a segnare il campo, a pulire gli spogliatoi, a fare il dirigente accompagnatore, ad aiutare la segreteria della polisportiva e via dicendo...
Insomma di signor "ci penserà qualcuno" il mondo di oggi è pieno. Dentro ciascno di noi abita però anche un signor "Ci sono" che è l'esatto contrario del signor qualcuno.
Quel signor "Ci sono" viene fuori ogni volta che ci lasciamo coinvolgere, che scopriamo il fascino di dare una mano, del fare insieme agli altri, del sentirci utili... dell'impegnarci per il bene dei ragazzi.
Nelle società sportive c'è un gran bisogno di persone nuove disposte ad aiutare e a svolgere da volontari incarichi e mansioni.
Siamo all'inizio dell'anno e l'augurio più bello per questo 2007 è di trovare tra i genitori, i giovani, i simpatizzanti tante persone disposte a dirvi che il 2006 si è portato via il signor "Qualcuno" che abitava dentro di loro. E ora che sono pronti a darvi una mano

Massimo Achini
Articoli
La strana coppia

Segue...
...Fatta salva la buona educazione, è meglio che ciascuno faccia il suo mestiere, svolga il proprio compito. Già, appunto: qual è il compito dell’allenatore e dell’arbitro nel CSI? In realtà è uno solo e comune, quello di educare ed essere educatori nei confronti dei ragazzi e delle famiglie.
La prospettiva e l’impegno formativo attraverso l’attività sportiva appartengono e competono tanto all’arbitro quanto all’allenatore, al di là del diverso ruolo che incarnano: ad entrambi stanno (dovrebbero stare) a cuore i ragazzi e la loro crescita fisica, psicologica, morale e spirituale attraverso lo sport.
Allenatori ed arbitri, nel CSI, sono e devono essere alleati, per il bene del ragazzo, prima, durante e dopo la partita.
Dal punto di vista del ragazzo che gioca, arbitro e allenatore sono i due principali riferimenti ed interlocutori, prima, durante e al termine della gara.
Possiamo dire dunque che sotto il profilo educativo, arbitro e allenatore non viaggiano ciascuno per conto suo, ma formano (e devono esserne consapevoli) la coppia di “genitori sportivi” dei ragazzi: essi esprimono e condividono per quel lasso di tempo e spazio le valenze paterne e materne, della guida, del richiamo, dell’incoraggiamento, dell’esempio, di cui il ragazzo ha estremo bisogno durante il momento agonistico.
Se non scattasse questa “paternità responsabile” i ragazzi giocherebbero come fossero orfani e, lasciati a loro stessi, diventerebbero facili prede dei cattivi esempi e vittime delle loro negative inclinazioni, rischiando di dare il loro peggio proprio quando l’attività sportiva  in cui sono impegnati chiede loro di dare il loro meglio, in concentrazione, sicurezza, autostima e autocontrollo.
Arbitro e allenatore sono sempre presenti quando si svolge la competizione sportiva, ma molte volte sono assenti sul piano educativo, entrambi protesi alla sola prestazione ed al risultato.

In modo analogo a quanto avviene in famiglia, il modo e lo stile con cui questa ulteriore “coppia genitoriale” entra in relazione è un aspetto cui i ragazzi prestano molta attenzione ed un messaggio fondamentale per essi, e magari anche per i veri genitori presenti: come si parlano e trattano, come chiariscono le divergenze, come rispettano i ruoli ed i diversi compiti, come salvaguardano la stima reciproca nonostante i possibili conflitti, sono tutti aspetti che i ragazzi colgono, respirano e riproducono.
Al pari dei veri genitori, ovviamente con le dovute proporzioni, la coppia “arbitro-allenatore” può creare benessere quanto può intossicare il ragazzo.
Rispetto, fiducia, lealtà franchezza durante la competizione diventano valori credibili e praticabili solo se vengono pubblicamente mostrati anche da questa “strana coppia”.

Il dialogo tra arbitro ed allenatore è quindi uno strumento indispensabile per stabilire e mostrare questa alleanza educativa: non si tratta di “buonismo”, del “vogliamoci bene” di sapore paternalistico, o di un accordo di facciata fatto solo di buone maniere.
Il dialogo è sostanza, ed ha come obiettivo testimoniare la stima reciproca. Non si tratta di essere d’accordo sempre ma di evitare che il disaccordo degeneri, diventando aperto conflitto.
Non si tratta di ignorare gli sbagli che ad entrambi, allenatore ed arbitro, capita di commettere ma di introdurre la possibilità di riparare e di perdonarsi.
Ciò comporta che l’allenatore CSI, per parte sua, ricordi che la vittoria è l’obiettivo da perseguire, ma essa non è il fine ultimo. La vittoria è un mezzo utile che sostiene ed incoraggia la crescita sport-educativa.
A sua volta l’arbitro CSI riconosce che il rispetto del regolamento è l’obiettivo per salvaguardare gara e giocatori, ma non è mai fine a se stesso. Il rispetto della regola è un mezzo utile che sostiene e incoraggia la crescita sport-educativa. L’allenatore che non sa accettare le decisioni arbitrali difficilmente saprà accettare gli sbagli dei propri giocatori. E viceversa l’arbitro che non sa ascoltare e spiegare, difficilmente sarà diverso da un vigile urbano.

Cosa favorisce oppure ostacola il dialogo
Ciascun educatore, nello svolgere il proprio compito, è chiamato a vivere ed interpretare con equilibrio il delicato e dinamico rapporto tra il proprio ruolo e la propria identità.
Il ruolo è la componente del proprio comportamento che fa riferimento alla posizione sociale assegnata e riconosciuta pubblicamente. In base al ruolo ricoperto ci si attendono competenze, prestazioni e risultati. Possiamo dire, semplificando, che il ruolo è la componente legata allo sviluppo tecnico.
L’identità è ciò che ci contraddistingue e ci rende unici rispetto agli altri, il nostro modo di essere e di esprimere ciò che siamo. Non è legata alla posizione ma alla crescita ed è legata allo sviluppo psicologico.
A partire dalla nostra identità diamo voce ai nostri bisogni, ai desideri ed alle fantasie.
L’identità non può esistere senza tradursi in qualche ruolo (familiare, sociale, organizzativo, istituzionale…) e d’altro canto non esiste un ruolo asettico, che non sia vissuto attraverso la personale identità di chi lo ricopre, che non abbia l’impronta, lo stile, il sapore ed il colore dato da colui che lo incarna.
Finché ruolo (arbitro, allenatore, dirigente, giocatore, genitore…) ed identità sono in equilibrio, e nessuno prevarica troppo sull’altro, le cose funzionano: l’identità consente di “umanizzare” il ruolo smussando gli inevitabili aspetti impersonali e burocratici; il ruolo permette di “contenere” l’identità, evitando che tutto sia lasciato all’estro ed all’umore del momento, e nel contempo permette di gestire meglio l’ansia dell’incertezza.

E’ facile tuttavia che uno dei due tenda a dominare sull’altro, specie in situazioni di incertezza o di stress, come appunto in un contesto agonistico.
Quando prevalgono troppo gli aspetti di ruolo, di solito avviene per  difendersi, “trincerandosi” - come si dice - dietro alla propria posizione. In questo caso l’educatore sfrutta il potere che il ruolo gli assegna ma perde in autorevolezza.
Quando al contrario è l’identità a sopravanzare eccessivamente sul ruolo, l’educatore tende a personalizzare tutto, scivolando verso un modo di fare paternalistico (dai retta a me…te lo dico io…) senza tenere in giusto conto le regole, oppure diventando ipersensibile e vittimistico (lo fanno apposta….ce l’hanno con me…). Chi accentua l’identità tende ad essere aggressivo più del dovuto, ad attaccare più che difendersi.
Riportando queste considerazioni al nostro caso, l’arbitro ha la tendenza a sopravvalutare il ruolo a scapito della propria sensibilità personale, mentre l’allenatore tende a volte a dimenticare il suo ruolo per dare sfogo al proprio personale modo di vivere le situazioni.

In entrambi i casi, il rischio è di perdere di vista la prospettiva educativa e diventare dei cattivi esempi per i giovani atleti, che inevitabilmente respirano e prendono a modello ciò che vedono e sentono.

Dialogo prima, durante, dopo
Dialogare non è solo ‘parlare’, ma entrare in una relazione comunicativa, fatta di aspetti verbali e non verbali, di parole, gesti, atteggiamenti.
Perché abbia valenza educativa verso i ragazzi, inoltre, il dialogo tra allenatore ed arbitro deve essere pubblico, ovvero visibile e percepibile dai ragazzi stessi, anche se i contenuti possono essere condivisi o tenuti riservati, a seconda dei casi e delle opportunità.
Possiamo provare ad immaginare come potrebbe avvenire nel concreto questo dialogo tra arbitro ed allenatore prima, durante e dopo la gara, provando a fare delle ipotesi, giusto per dare qualche esempio, da integrare ed arricchire con l’esperienza e la sapienza educativa di tutti.

Dialogo prima: possiamo immaginare che allenatore ed arbitro si ritaglino un momento per far presente alcuni elementi che possano favorire l’azione educativa di entrambi. Nessun allenatore è uguale ad un altro, come pure non ci sono due arbitri uguali: bisogna tentare di capire meglio chi si ha di fronte, perché l’alleanza educativa sia effettiva, evitando di farsi prendere dai reciproci pregiudizi o stereotipi.
L’allenatore potrebbe segnalare all’arbitro, ad esempio, alcuni aspetti della squadra che meglio lo preparino al suo compito (il momento che la squadra sta attraversando, alcuni obiettivi educativi che sta perseguendo, aspetti educativamente delicati cui prestare attenzione…).
L’arbitro a sua volta potrebbe segnalare all’allenatore punti e regole cui tiene particolarmente, spiegare meglio il suo stile di conduzione di gara, avvertire circa il modo in cui prenderà le decisioni e si rivolgerà ai giocatori.
Se poi i due si sono già incontrati e si conoscono già, il dialogo preliminare è l’occasione per chiarire situazioni rimaste in sospeso, cercare di superare qualche disaccordo e ‘ruggine’ rimasta, o per lo meno disinnescare potenziali conflitti.
Entrambi, inoltre, possono concordare sulle reciproche modalità di interazione durante la gara.

Dialogo durante: nel corso della gara il dialogo tra arbitro e allenatore è, per ovvie ragioni, prevalentemente indiretto e non verbale, fatto di sguardi e gesti di raccordo e di intesa.
E’ importante inoltre che i due si possano sostenere reciprocamente presso i ragazzi, e non contestarsi platealmente e diseducativamente di fronte ai ragazzi stessi: l’allenatore riprende e accredita le decisioni arbitrali, mentre l’arbitro farà in modo di rimandare il giocatore agli interventi dell’allenatore e cercare di valorizzare il suo ruolo.
Si può immaginare ad esempio che il minuto di sospensione possa essere richiesto anche dall’arbitro, quando la situazione lo richieda, e suggerire così facendo all’allenatore l’opportunità di un suo intervento.
Così pure si può introdurre la possibilità che l’allenatore chieda un piccolo timeout per un breve incontro di chiarimento con l’arbitro, specie per segnalare disagio o prevenire tensioni eccessive o incidenti.

Dialogo dopo: al termine della gara potrebbe essere previsto un breve momento di verifica reciproca dell’andamento (non del risultato) della partita, così da poter esprimere sia gli eventuali punti di disaccordo (e questo è facilmente prevedibile), sia soprattutto qualche suggerimento reciproco e, perché no, individuare un punto/aspetto sul quale esprimere un sincero apprezzamento.


***

Pretendiamo troppo? Siamo degli illusi o degli incalliti romantici? Forse. Ma i ragazzi hanno troppo bisogno di esempi e testimoni positivi dentro ad ai bordi del campo di gioco per non provarci. Lo sport, ormai lo sappiamo bene, non è in grado di autoeducarsi, ma lasciato a se stesso tende a degenerare. Lo sport deve essere educato per poter essere a sua volta educativo. Diversamente, sapreste dire per quale ragione esiste il CSI e cosa lo differenzia dalle altre istituzioni e organismi sportivi?

(Roberto Mauri)

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